La Lunga Camminata dei Non Morti

Nerd di tutto il mondo, unitevi!

Come l’anno scorso, più dell’anno scorso: torna per le strade di Vicenza un’immensa Zombie Walk, ma questa volta in veste serale. In questa occasione lascerò stare Periscope e mi concentrerò solo sulla creazione di un video interessante per il mio canale YouTube

Ci si vede per le strade di Vicenza assieme ai Vaganti, sabato alle ore 22!

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E’ possibile farsi conoscere in rete senza pagare?

E’ quello che ancora mi chiedo, dopo vari tentativi ed in vari ambiti.

Come artista non mi reputo un granché, ma quello che so è che non mi mancano mai le idee e gli stimoli a provare cose nuove. Inoltre, quando creo qualcosa di artistico, cerco di farlo prima di tutto per me stesso, senza mirare a farlo diventare un business. In fondo, non sono queste le prerogative della vera arte? Certo anche l’arte non disdegna il consenso, visto che è sempre bello fare in modo che ciò che creiamo rappresenti un unicum riconosciuto da tutti.

Ciò che differenzia l’autopromozione dal riconoscimento artistico, dal mio punto di vista, sta proprio in questa attitudine. Io faccio arte non retribuita e non venduta, al massimo regalata, e mi auguro soltanto di venire ricordato in questa vita o nella prossima.

Nel corso degli anni ho provato varie strade, diverse ma assolutamente spontanee, per sviluppare il mio Io artistico: ho scritto molta musica (i torrent in rete li ho uppati io stesso), ho pubblicato due libri (entrambi scaricabili gratuitamente), ora mi diletto creando video e documentari dei miei viaggi.

Una volta creato il prodotto, si sa, la difficoltà sta nel farlo conoscere alle persone. Con la musica ho provato ad iscrivermi a mie spese ad una sorta di club di compositori internazionali (circa 50 Euro all’epoca, da rinnovare) inaugurato dal famoso duo di VideoGamesLive Tommy Tallarico e Jack Wall; poi ho caricato tutti i miei dischi su un sito che si impegnava a diffonderlo in tutti i canali digitali (circa 30 Euro per album, da rinnovare). Con i libri ho deciso di affidarmi ad iBooks Author e li ho messi in rete all’onesto prezzo di Euro 0,00. Ho anche provato Amazon ma in quel caso non è possibile regalare le proprie opere e bisogna decidere un prezzo, pur trattandosi di digitale. Con i video, onde evitare i costi di gestione di Vimeo, ho optato per l’upload su YouTube, e ne ho disabilitato la monetizzazione: non costa nulla a me, non costa nulla a chi guarda i filmati.

Detto ciò, si può tornare alla domanda iniziale: è davvero possibile farsi conoscere in rete senza pagare, senza pubblicare banner, inserti su Facebook, ecc? Comincio francamente a perdere le speranze. I miei dischi restano sconosciuti, i miei libri pure. Sarebbe facile dire “vuol dire che fai schifo”. Dopo aver ascoltato, visto e letto certe cose del mainstream, nutro grande fiducia nelle mie potenzialità. Per quanto riguarda i video, la gente consiglia spesso di far girare il proprio nome in siti quali Reddit, ed è ciò che ho fatto… fino al ban di qualche giorno fa. Ebbene sì, perché nonostante tutte queste premesse, a quanto pare “spammare” su Reddit equivale alla ricerca dell’autopromozione, alle entrate economiche facili, e ciò non è concesso. Mi ricorda moltissimo la mia disavventura con Wikipedia, e non mi piace affatto: non viene considerato il contesto specifico, si fa di tutta l’erba un fascio e si cancellano i profili con dubbie motivazioni. Morale della favola: in genere piove sul bagnato, e quelli che possono permettersi di investire denaro hanno un ritorno maggiore. Chi invece, come me, cerca sistemi gratuiti ma onesti, resta a bocca asciutta. Ma noi artisti non ci arrendiamo, vero?

Perché investire nel videogame vintage?

Vorrei brevemente esporre i motivi per cui reputo i videogiochi vintage una forma d’arte e, dunque, una tipologia di prodotto che vale la pena collezionare, talvolta anche a carissimo prezzo.

  1. Sono i padri di una dinastia. Tutti i giochi oggi in voga, che siano essi quelli “hardcore” per Playstation o XBox piuttosto che quelli “softcore” di Nintendo, derivano da questi. In quanto (buoni) padri, meritano assoluto rispetto.
  2. Fanno parte di un’epoca che sta scomparendo, in cui la qualità prevaleva sulla quantità. Negli anni ’80 e ’90 si investivano i soldi in un unico CD di Michael Jackson, e si ascoltava fino a consumarlo, ed allo stesso modo si acquistava un solo videogioco, e lo si giocava fino ad impararlo a memoria. La partita diventava una sorta di esercizio Zen, tesa al miglioramento dell’esecuzione fino al raggiungimento della perfezione.
  3. Questa è la parte a cui tengo di più: il packaging era spettacolare. Le confezioni erano quasi sempre in delicatissimo cartone (Sega, scegliendo la plastica, in effetti da questo punto di vista era più avanti degli altri), bastava guardarle per rovinarne gli angoli. I booklet erano corposi e raccontavano una vera storia, spesso a colori. Erano fondamentalmente un fumetto, propedeutico al gioco per un motivo semplicissimo: dovevano sopperire alle lacune grafiche e sonore del gioco. Stiamo parlando ovviamente dell’epoca 8-64 bit, in cui durante le sessioni di gioco l’immaginazione aveva una componente fondamentale nell’intrattenimento – come avverrebbe in una bella partita di D&D – e i booklet aiutavano immensamente ad immergersi nel mondo virtuale. I disegni delle copertine erano vividi in quanto dipinte a mano… una vera opera d’arte.
  4. E’ vero, sono solo cose, e come tali superflue. Ma ciò vale anche per i fumetti, le miniature, le bambole, i quadri, le chitarre, i vinili, e migliaia di altre cose. Tuttavia vorrei anche far notare che siamo ormai succubi di una cultura dell’immateriale, del digitale, del tutto-e-subito. Tenere tra le mani cose come queste, che hanno richiesto impegno, dedizione (la programmazione all’epoca era davvero un inferno), denaro, fantasia, ci tengono malinconicamente ancorati ad un’epoca che non vogliamo – e non dobbiamo – dimenticare del tutto. E’ giusto guardare avanti, ma non è sufficiente. E poi, dai, spesso i giochi su Steam costano uguale.

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Problemi con lo spazio iCloud? Ci penso io.

Parenti, amici, sconosciuti: sempre più gente si lamenta (ovviamente con il sottoscritto) dello spazio iCloud sempre più risicato nei propri dispositivi Apple.

Ad un rapido controllo delle impostazioni appare chiaro che, nel 90% dei casi, la colpa è della quantità di foto e video archiviati nel rullino fotografico e, di conseguenza, anche nei backup automatici. Eccomi qui dunque per una rapidissima (come di consueto) guida su come ovviare a questo problema. Ebbene sì, per una volta sarò il vostro Salvatore Aranzulla, ma senza il disagio dei banner pubblicitari.

Dunque, il fatto è questo: tenere le foto nel rullino o attivare Libreria foto di iCloud ed Il mio streaming foto nella sezione Foto e Fotocamera sono entrambe delle brutte idee, nel caso il vostro piano dati iCloud sia quello da 5 Gb. Lasciate stare quella roba ed attivate soltanto la Condivisione foto di iCloud, una feature che ormai utilizzo da 3 sistemi operativi, che temevo sarebbe stata presto cancellata (in quanto controproducente per il business Apple) ma che invece è ancora viva e vegeta. Approfittatene!

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A questo punto potete passare alla App Foto e gestire i passaggi successivi da lì.

La terza voce della App è chiamata Condivisi: da qui passate alla sezione generale Condivisione in alto a sinistra.

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Ora non vi resta che aggiungere un nuovo album condiviso (io li ho divisi in base al dispositivo con cui scatto le foto, ad esempio, anche se la feature è stata originariamente pensata per condividere con determinati gruppi di amici determinate foto).

A questo punto non vi resta che provare a caricare una foto, scegliendo poi l’album condiviso di preferenza.

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Et voilà. Salvando le foto in questa maniera risparmierete una quantità impressionante di spazio. Il discorso vale anche per i video, soprattutto perché la condivisione li comprimerà moltissimo (non aspettatevi dunque una qualità Full HD). Buon divertimento!

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Il Kindle definitivo

Ogni volta che scrivo un articolo penso che sarà il mio ultimo articolo.

Penso di essere stanco, senza stimoli. Penso che non troverò una cosa nuova in grado di suscitare il mio interesse a sufficienza.

Ed infatti eccomi di nuovo qua (in effetti un po’ in ritardo rispetto alla mia media mensile, ma va considerata anche la meritata pausa estiva) pronto a rimangiarmi la parola ancora una volta per parlare del mio ultimo acquisto, vale a dire Kindle Oasis.

In realtà più che di acquisto dovrei parlare di regalo: Kindle Oasis costa uno sproposito rispetto ai precedenti modelli targati Amazon e quindi ho deciso di farmelo regalare per il compleanno (che sarebbe tra una settimana, ma sapendo dove la moglie nascondeva il pacco l’ho trafugato in anticipo).

Non mi dilungherò in grandi paragrafi (tanto la rete ne è già piena) perché per questa recensione basterà in effetti una sola frase: Kindle Oasis è il Kindle definitivo.

Tutto ciò che rappresentava il prototipo iniziale, ora è riproposto potenziato, perfezionato, fruibile senza compromessi. Ecco la parola chiave che fino ad ora ha reso un prodotto Kindle non completamente preferibile rispetto agli altri: compromesso.

Il primo Kindle sembrava un vero e proprio libro stampato, ma senza retroilluminazione: Oasis è retroilluminato, con una risoluzione eccezionale, e con una diffusione della luce che non lascia macchie di luce attraverso il display.

Il primo Kindle aveva dei tasti comodi: poi abbandonati dal pur ottimo Paperwhite, ora i tasti sono tornati, di qualità di gran lunga superiore e posizionati in maniera comodissima (e si può pure ruotare di 180° il display).

Il primo Kindle aveva una batteria interessante ma non incredibile: invece grazie alla cover/batteria (bellissima) di Oasis, ora si potrà leggere per mesi interi prima di ricaricarlo.

Il primo Kindle (e anche quelli successivi a dire il vero) laggava da morire ed era praticamente inutilizzabile per la navigazione: la RAM di Oasis permette invece di utilizzare in maniera più che degna il Browser Sperimentale.

Che dite, vi ho convinti a cambiare e-reader? Probabilmente sì, ma finché non abbasseranno il prezzo di questo minuscolo capolavoro, temo che resterà sugli scaffali virtuali di Amazon ancora per molto…

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