Perché investire nel videogame vintage?

Vorrei brevemente esporre i motivi per cui reputo i videogiochi vintage una forma d’arte e, dunque, una tipologia di prodotto che vale la pena collezionare, talvolta anche a carissimo prezzo.

  1. Sono i padri di una dinastia. Tutti i giochi oggi in voga, che siano essi quelli “hardcore” per Playstation o XBox piuttosto che quelli “softcore” di Nintendo, derivano da questi. In quanto (buoni) padri, meritano assoluto rispetto.
  2. Fanno parte di un’epoca che sta scomparendo, in cui la qualità prevaleva sulla quantità. Negli anni ’80 e ’90 si investivano i soldi in un unico CD di Michael Jackson, e si ascoltava fino a consumarlo, ed allo stesso modo si acquistava un solo videogioco, e lo si giocava fino ad impararlo a memoria. La partita diventava una sorta di esercizio Zen, tesa al miglioramento dell’esecuzione fino al raggiungimento della perfezione.
  3. Questa è la parte a cui tengo di più: il packaging era spettacolare. Le confezioni erano quasi sempre in delicatissimo cartone (Sega, scegliendo la plastica, in effetti da questo punto di vista era più avanti degli altri), bastava guardarle per rovinarne gli angoli. I booklet erano corposi e raccontavano una vera storia, spesso a colori. Erano fondamentalmente un fumetto, propedeutico al gioco per un motivo semplicissimo: dovevano sopperire alle lacune grafiche e sonore del gioco. Stiamo parlando ovviamente dell’epoca 8-64 bit, in cui durante le sessioni di gioco l’immaginazione aveva una componente fondamentale nell’intrattenimento – come avverrebbe in una bella partita di D&D – e i booklet aiutavano immensamente ad immergersi nel mondo virtuale. I disegni delle copertine erano vividi in quanto dipinte a mano… una vera opera d’arte.
  4. E’ vero, sono solo cose, e come tali superflue. Ma ciò vale anche per i fumetti, le miniature, le bambole, i quadri, le chitarre, i vinili, e migliaia di altre cose. Tuttavia vorrei anche far notare che siamo ormai succubi di una cultura dell’immateriale, del digitale, del tutto-e-subito. Tenere tra le mani cose come queste, che hanno richiesto impegno, dedizione (la programmazione all’epoca era davvero un inferno), denaro, fantasia, ci tengono malinconicamente ancorati ad un’epoca che non vogliamo – e non dobbiamo – dimenticare del tutto. E’ giusto guardare avanti, ma non è sufficiente. E poi, dai, spesso i giochi su Steam costano uguale.

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Apple TV: il passato del futuro

Ho tentennato per diverso tempo, un po’ per le recensioni in rete ed un po’ per l’esborso economico, ma alla fine ho acquistato la nuova Apple TV. E ringrazio il mio sesto senso per averlo fatto.

La quarta edizione della Apple TV, grazie all’App Store, si preannuncia come una succulenta torta appena infornata, ricca di ingredienti gustosi e nutrienti: ora non resta che sperare in una lievitazione veloce ed in una cottura a puntino. E come potrà accadere questo? Non è un segreto che l’App Store dedicato sia ancora fortemente in beta, sia come impostazione e sia come contenuto. E’ essenziale che nei prossimi mesi i programmatori di tutto il mondo si impegnino per realizzare versioni dedicate dei propri giochi, perché a mio avviso il potenziale racchiuso in questo box è immenso. A quel punto i profumi della torta si spargerebbero in ogni dove, e tutti ne vorrebbero una fetta.

Immaginatevi un miscuglio improbabile di Atari 2600, Nintendo Wii e PS3 e comprenderete solo in parte in cosa consiste Apple TV 4. Lasciamo stare per un momento tutti gli aspetti già ampiamente sviluppati nella sua terza iterazione, vale a dire i film, la musica e le serie TV in streaming, YouTube. Tutti sono ormai capaci di proporre quelle cose. Sono i videogiochi proposti sulla nuova versione a rappresentare il vero punto di forza, ed in particolar modo l’attitudine vintage di questa pseudo console, che abbraccia in un sol colpo gli anni ’80 ed il 2000. Provando giochi come Crossy Road ed Alto’s Adventure non ho potuto non farmi travolgere dalla nostalgia del gameplay semplice sulla falsariga di perle indimenticabili come Q*Bert e Pitfall!, ma per la prima volta in un glorioso HD. E poi per i più esigenti si passa in un secondo ai giochi di corsa e di azione, quasi sempre sviluppati dalla derivativa Gameloft ma comunque divertenti e longevi. Il tutto comandato da un rettangolino nero (il remote) a prima vista ridicolo, ma che a conti fatti racchiude una tecnologia immensa: giroscopio, touch screen in vetro, telecomando TV. Tutto in uno, e con grande eleganza. Questo ritorno alle origini, passando per le tecnologie più avanzate, è senza dubbio una grande opportunità per gli sviluppatori, che possono proporre il proprio lavoro per la prima volta sullo schermo di casa e senza dover investire miliardi in produzioni in stile Sony, ma piuttosto mirando senza vergogna alla genuinità del gameplay Atari e Nintendo.

Io sono affascinato. Lo sono davvero. Sono stanco della complessità moderna e sono felice di poter tornare a casa, la sera, e decidere di giocare per qualche minuto o qualche ora a qualcosa di semplice ma completo al tempo stesso. Si potrebbe dire che ancora una volta il minimalismo di Apple stia trionfando, e non posso che esserne felice.

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Piccoli iPod crescono

iPod, da ieri 15 luglio 2015, nonostante non appaia più nel menu del sito Apple come categoria di prodotto di rilievo, è pronto a rimettersi in gioco grazie a nuovi colori, fotocamera e – soprattutto – processore e memoria.

Ma se Apple Watch ha preso il posto di iPod nell’immaginario collettivo come dispositivo ultratascabile, cosa mai potrà significare questo interessante refresh? Cosa resta ad iPod per distinguersi?

A mio avviso, la prossima mossa di Apple sarà riproporre iPod Touch come “pad” per la sua prossima “console” casalinga, vale a dire la chiacchieratissima nuova Apple TV. La scommessa si sposterà dunque dal settore Musica, ormai monopolizzato da iPhone, a quello del settore Videogiochi. iPod non sarà più solo un dispositivo leggero ed estremamente portabile, ma anche l’esatto opposto, cioè uno strumento che potrà restare tutto il giorno sul divano di casa in nostra attesa, con la batteria bella carica. La cosa ha senso? Forse sì.

Da notare che il nuovo iPod Touch, tra le altre cose, abbraccia per la prima volta lo standard Bluetooth 4.1, che equivale ad una maggiore stabilità nelle connessioni… e chiunque abbia avuto a che fare con l’ineccepibile sistema di comandi della Wii U avrà già capito dove voglio andare a parare.

Non ci resta che attendere con trepidazione l’uscita di Apple TV, e scoprire se le mie sensazioni si riveleranno esatte…

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La mia esperienza con i nuovi Lego

Come ogni buon geek/nerd  che si rispetti, anch’io ogni tanto non resisto al fascino dei Lego. Sempre più complessi, sempre più colorati, sempre più legati ai temi forti del cinema, i Lego sono diventati un articolo forse più ricercato dagli adulti piuttosto che dai bambini. Anche i prezzi, per quanto assolutamente giustificati dalla cura profusa nei dettagli, si rivolgono ad un pubblico maggiorenne: è impensabile che un bambino possa infatti permettersi di utilizzare le mancette per comprare il set dei Simpson da 200 Euro o la Morte Nera da 400 Euro, per fare un esempio. Sempre che le mancette esistano ancora.

Al Game District di Verona, evento fieristico di qualche settimana fa, i fan dei Lego saranno senza dubbio rimasti estasiati dall’area messa a disposizione per questa marca: negozianti gonfi di offerte imperdibili da una parte, espositori carichi di chicche (set completi de Lo Hobbit e di Star Wars, tra le altri cose, ricostruiti per intero su tavoli immensi) dall’altra. Sarà stata l’atmosfera, sarà stato il digiuno da Lego (non ne compravo uno da almeno 20 anni), sarà stato il soggetto a me caro, fatto sta che alla fine non ho resistito a farmi regalare dalla moglie il piccolo set Lego Ghostbusters. Senza entrare nei particolari di un prodotto che gli appassionati sicuramente conoscono nel dettaglio (a proposito, costava 5 Euro in meno del prezzo più basso di Amazon), ecco alcune considerazioni positive e negative a caldo da parte di una persona che non “giocava” con i Lego da troppo tempo:

1) I pezzi sono suddivisi in sacchetti senza alcuna logica apparente. In realtà la logica c’è, ma se uno non è abituato alla “logica Lego“, la scoprirà troppo tardi e si ritroverà il tavolo strapieno di pezzetti mescolati. La costruzione dell’oggetto diventerà così più complessa di quella di un puzzle Ravensburger da 2 milioni di pezzi. Sottolineo inoltre che i sacchetti non sono richiudibili, quindi non è contemplato che qualche collezionista possa, una volta montata e ammirata l’opera, smontare e sigillare tutto nuovamente. Chiamatemi pazzo, ma io personalmente l’avrei fatto.

2) Il libretto di istruzioni è straordinario. E’ corposo, è stampato bene, contiene moltissime citazioni tratte dal film. In un mondo in cui anche i videogiochi stanno perdendo il lusso dei booklet grossi e colorati degli anni ’80, questo è un plus nostalgico, potentissimo e da non sottovalutare. Di contro va detto che i colori dei pezzi disegnati sulla carta sono di difficile discernimento. Più di una volta mi sono trovato a non capire se il blocco da scegliere dovesse essere trasparente, argentato, oppure grigio. Purtroppo ormai i Lego contano una quantità di colori e fogge che non ha riscontro nei set del loro passato remoto, e così anche in questo caso chi non è abituato al nuovo ambiente si scontrerà con indubbie difficoltà pratiche. E’ un po’ come con i cruciverba della Settimana Enigmistica: serve costanza.

3) I Lego sono un capolavoro di ingegneria, se ancora non si fosse capito. Ogni pezzo, ogni incastro, ogni colore ha il suo perché… e questo è anche il motivo per cui fanno tanta presa sugli adulti.

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Vi lascio con il video in time lapse che ho realizzato costruendo il set. Buona visione!

Beyond videogames

E’ passato un bel po’ dall’ultimo articolo, ed il motivo é che avevo intenzione di parlare di una cosa che, in effetti, ha occupato gran parte del mio tempo libero: la recensione di Beyond.

Non sarebbe nel mio stile, tuttavia, svilupparne una disamina nel dettaglio: per quella vi rimando all’ottimo articolo di Multiplayer, col quale concordo quasi su tutto. Tutto ciò che vorrei dire é che, da giocatore della vecchia, vecchissima scuola, mi auguro che non vengano più prodotti videogiochi simili, perché fondamentalmente non sarebbero dei veri videogiochi.
Beyond é un’interessante esperienza di vita (della durata di circa 8 ore escludendo gli eventuali intoppi), é un film interattivo a scelta multipla, é una buona prova d’attrice per Ellen Page ed una buona prova di sforzo per i programmatori… ma nient’altro. I comandi sono legnosi, sia via joypad sia via iOS. La storia é a tratti confusionaria. Il disco si avvia più lentamente del Commodore 64, e i lag non mancano.

In passato avevo criticato The Last Of Us per via dei passaggi troppo guidati (premi X, premi O, sali per forza quella scala), ma qui siamo andati molto oltre al concetto di azione di gioco, riducendola ad un percorso su binari, in cui resta sempre una mano libera per agguantare i popcorn sul tavolino. Ricordate? Un tempo ormai lontano i videogiochi non servivano solo a stupire e divertire. Un tempo i videogiochi aguzzavano l’ingegno, stimolavano la fantasia, miglioravano la memoria e sviluppavano i riflessi. Ma più di tutto, i videogiochi rappresentavano una visione spicciola della pur sempre utile ed attuale filosofia zen, perché ripetere all’infinito un livello scarno ci portava alla perfezione dell’esecuzione, e dunque ad un perfezionamento di noi stessi. Repetita iuvant.

La super grafica non vale 65 Euro. Le musiche di Lorne Balfe (e non Hans Zimmer come sostenuto da molte webzine) non valgono 65 Euro. Un tutorial di 8 ore sicuramente non vale 65 Euro. Del resto, fortunatamente, sono riuscito ad acquistare Beyond su Amazon per soli 19 Euro (motivo per cui ho atteso così tanto prima di provarlo), ed a questo prezzo in effetti non posso che consigliarlo. Alla fin fine resta pur sempre un bel film che dura il quadruplo della media, no?
Ma vale la pena che una casa di produzione investa miliardi per creare giochi simili, giochi che poi giustamente dovrebbero essere venduti a 65 Euro? Meditate.
Nel frattempo, credo che tornerò a giocare a Mario Kart 8 ed a divertirmi come un matto…

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Violenza giovanile e videogames

In questi giorni sta girando un meme di protesta molto interessante: esso tenta, ahimè assai goffamente, di difendere i videogiochi dalle accuse di istigazione alla violenza giovanile.

Nel meme in questione vengono presentate 5 scene tratte da famosi videogame: una partita di football americano professionistico, un’operazione chirurgica, un’arringa in tribunale, due ragazzi intenti a cucinare… ed un criminale con un bazooka sulla spalla. Il messaggio da comunicare è che giocare a questi videogame non fa di noi dei giocatori di football professionisti, dei medici, degli avvocati, dei cuochi, e quindi per proprietà transitiva nemmeno dei criminali.

Come sicuramente saprete io apprezzo i videogiochi in ogni loro forma dal momento che allietano le mie giornate da più da vent’anni – anche se, ad essere sinceri, sono stato per gran parte del tempo un innocente nintendiano. Vi dico questo per sottolineare il fatto che personalmente non ho interessi ad andare contro il loro sviluppo. Detto questo però nutro qualche dubbio in merito alle categorie di gioco sviluppate tuttora per le console di ultima generazione (e quindi, nella fattispecie, quelle di Sony e Microsoft) , sicuramente votate alla violenza senza compromessi: quindi trovo interessante – ma totalmente insoddisfacente – leggere i commenti di chi intende difenderle a spada tratta.

Il problema alla base del meme è che le prime 4 scene sono simulazioni di una professione, e non possono essere replicate da nessuno, esclusi i professionisti: non puoi avere un campo da football e una squadra, non puoi avere un sala operatoria e tutti gli attrezzi da chirurgo, non puoi entrare in un’aula di tribunale con una tua giuria, e probabilmente non puoi neanche avere una cucina super attrezzata per cuocere qualsiasi pietanza. L’unica cosa che puoi avere senza problemi è un’arma da fuoco: in America spesso basta aprire il cassetto del padre, e puoi premerne il grilletto senza alcuna laurea o diploma. Ciò dimostra una cosa sola: alla domanda “questo fa di me un assassino?” posso tranquillamente rispondere “a volte sì, se intendi diventare un assassino per noia, e non per professione”.

Neanche il fatto che nutra un odio profondo per l’educazione delle nuove generazioni può portarmi a pensare che la violenza dilagante sia dovuta in gran parte ai videogiochi; detto ciò, tuttavia il dubbio resterà sempre, ed a coloro i quali tentano di farmi cambiare idea con qualche meme (nelle loro intenzioni) brillante dico: riprovate a convincermi perché stavolta non ha funzionato.

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La console che non ti aspettavi

Poco tempo fa, come forse ricorderete, avevo detto la mia sul nuovo iPad Mini Retina: sostanzialmente mi opponevo al suo acquisto, ritenendolo troppo poco innovativo in proporzione alle aspettative ed alla concorrenza.
Da allora la mia opinione non é cambiata di una virgola. Ciò che é cambiato, tuttavia, é che ho deciso di comprarlo lo stesso. Potere della pubblicitá? Non troppo, anche perché in TV non si parla quasi mai del Mini. Potere dell’affezione ad un marchio? In parte sicuramente sì, ma sarebbe semplicistico ridurre la discussione a questo aspetto.

Il motivo principale, in realtá, é che come sempre le cose vanno provate per comprenderne appieno il potenziale. Tra tutti i pregi e difetti a cui avevo pensato, in effetti non avevo mai visto iPad Mini Retina come una eccezionale console portatile, é l’iPod che tutti hanno sempre desiderato. Avevo giá considerato il suo form factor perfetto per scrivere testo (cosa che sto facendo tuttora con la app WordPress, e confermo il giudizio) e per leggere libri. Avevo giá considerato che, viceversa, iPad Air sarebbe stato migliore per navigare il web e per registrare musica.

L’aspetto che non avevo considerato é l’ergonomia perfetta in modalitá landscape, estremamente utile nei videogiochi di tutti i tipi, dalle avventure grafiche ai giochi d’azione; senza considerare che il peso ridottissimo di questo tablet permette di utilizzare il giroscopio nei giochi di corsa senza stancare le braccia. Dunque ho riesumato tutti i giochi che personalmente reputo più adatti alla filosofia multitouch (da non confondere con la filosofia touch di Nintendo DS e WiiU, tutt’altro paio di maniche) e ho compiuto una selezione mirata: é risultato che i giochi davvero giocabili sono tanti e di seguito voglio presentarvi la mia personalissima selezione:

Bastion
– Dead Space
– Dead Trigger 2
– Galaxy on Fire 2 HD
– Machinarium
– Oceanhorn
– Star Wars Knights of the Old Republic
– RealMyst
– RealRacing 3
– Sword And Sworcery
– World of Goo

Lo so, tanti di questi giochi sono a pagamento, ma ne vale davvero la pena. Alcuni che avevo scartato in passato sono stati riconsiderati (come ad esempio Oceanhorn) ed ovviamente esistono molti altri grandi lavori capaci di distaccarsi dalla mentalitá casual a cui ci ha abituato Angry Birds e dalla mentalitá “swipe e basta” inaugurata dalla saga Infinity Blade. Certi giochi per la veritá, dopo averli bocciati su iPad3, ho dovuto scartarli anche sul Mini – per esempio Another World e Final Fantasy Tactics – ma in quei casi la colpa é proprio degli sviluppatori, incapaci di creare un buon sistema di controllo (input imprecisi, pulsanti sbagliati, macchinositá).

Ed eccomi dunque con un iPad Mini Retina da 64Gb strapieno di giochi. Per la veritá il taglio di memoria é stato scelto in previsione di utilizzare il tablet per l’editing di foto e video della mia fidata Sony RX100 ma non c’é dubbio che, con tutto questo ben di Dio appena rivalutato, ci sará da divertirsi a più livelli.

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