E’ possibile farsi conoscere in rete senza pagare?

E’ quello che ancora mi chiedo, dopo vari tentativi ed in vari ambiti.

Come artista non mi reputo un granché, ma quello che so è che non mi mancano mai le idee e gli stimoli a provare cose nuove. Inoltre, quando creo qualcosa di artistico, cerco di farlo prima di tutto per me stesso, senza mirare a farlo diventare un business. In fondo, non sono queste le prerogative della vera arte? Certo anche l’arte non disdegna il consenso, visto che è sempre bello fare in modo che ciò che creiamo rappresenti un unicum riconosciuto da tutti.

Ciò che differenzia l’autopromozione dal riconoscimento artistico, dal mio punto di vista, sta proprio in questa attitudine. Io faccio arte non retribuita e non venduta, al massimo regalata, e mi auguro soltanto di venire ricordato in questa vita o nella prossima.

Nel corso degli anni ho provato varie strade, diverse ma assolutamente spontanee, per sviluppare il mio Io artistico: ho scritto molta musica (i torrent in rete li ho uppati io stesso), ho pubblicato due libri (entrambi scaricabili gratuitamente), ora mi diletto creando video e documentari dei miei viaggi.

Una volta creato il prodotto, si sa, la difficoltà sta nel farlo conoscere alle persone. Con la musica ho provato ad iscrivermi a mie spese ad una sorta di club di compositori internazionali (circa 50 Euro all’epoca, da rinnovare) inaugurato dal famoso duo di VideoGamesLive Tommy Tallarico e Jack Wall; poi ho caricato tutti i miei dischi su un sito che si impegnava a diffonderlo in tutti i canali digitali (circa 30 Euro per album, da rinnovare). Con i libri ho deciso di affidarmi ad iBooks Author e li ho messi in rete all’onesto prezzo di Euro 0,00. Ho anche provato Amazon ma in quel caso non è possibile regalare le proprie opere e bisogna decidere un prezzo, pur trattandosi di digitale. Con i video, onde evitare i costi di gestione di Vimeo, ho optato per l’upload su YouTube, e ne ho disabilitato la monetizzazione: non costa nulla a me, non costa nulla a chi guarda i filmati.

Detto ciò, si può tornare alla domanda iniziale: è davvero possibile farsi conoscere in rete senza pagare, senza pubblicare banner, inserti su Facebook, ecc? Comincio francamente a perdere le speranze. I miei dischi restano sconosciuti, i miei libri pure. Sarebbe facile dire “vuol dire che fai schifo”. Dopo aver ascoltato, visto e letto certe cose del mainstream, nutro grande fiducia nelle mie potenzialità. Per quanto riguarda i video, la gente consiglia spesso di far girare il proprio nome in siti quali Reddit, ed è ciò che ho fatto… fino al ban di qualche giorno fa. Ebbene sì, perché nonostante tutte queste premesse, a quanto pare “spammare” su Reddit equivale alla ricerca dell’autopromozione, alle entrate economiche facili, e ciò non è concesso. Mi ricorda moltissimo la mia disavventura con Wikipedia, e non mi piace affatto: non viene considerato il contesto specifico, si fa di tutta l’erba un fascio e si cancellano i profili con dubbie motivazioni. Morale della favola: in genere piove sul bagnato, e quelli che possono permettersi di investire denaro hanno un ritorno maggiore. Chi invece, come me, cerca sistemi gratuiti ma onesti, resta a bocca asciutta. Ma noi artisti non ci arrendiamo, vero?

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Il Kindle definitivo

Ogni volta che scrivo un articolo penso che sarà il mio ultimo articolo.

Penso di essere stanco, senza stimoli. Penso che non troverò una cosa nuova in grado di suscitare il mio interesse a sufficienza.

Ed infatti eccomi di nuovo qua (in effetti un po’ in ritardo rispetto alla mia media mensile, ma va considerata anche la meritata pausa estiva) pronto a rimangiarmi la parola ancora una volta per parlare del mio ultimo acquisto, vale a dire Kindle Oasis.

In realtà più che di acquisto dovrei parlare di regalo: Kindle Oasis costa uno sproposito rispetto ai precedenti modelli targati Amazon e quindi ho deciso di farmelo regalare per il compleanno (che sarebbe tra una settimana, ma sapendo dove la moglie nascondeva il pacco l’ho trafugato in anticipo).

Non mi dilungherò in grandi paragrafi (tanto la rete ne è già piena) perché per questa recensione basterà in effetti una sola frase: Kindle Oasis è il Kindle definitivo.

Tutto ciò che rappresentava il prototipo iniziale, ora è riproposto potenziato, perfezionato, fruibile senza compromessi. Ecco la parola chiave che fino ad ora ha reso un prodotto Kindle non completamente preferibile rispetto agli altri: compromesso.

Il primo Kindle sembrava un vero e proprio libro stampato, ma senza retroilluminazione: Oasis è retroilluminato, con una risoluzione eccezionale, e con una diffusione della luce che non lascia macchie di luce attraverso il display.

Il primo Kindle aveva dei tasti comodi: poi abbandonati dal pur ottimo Paperwhite, ora i tasti sono tornati, di qualità di gran lunga superiore e posizionati in maniera comodissima (e si può pure ruotare di 180° il display).

Il primo Kindle aveva una batteria interessante ma non incredibile: invece grazie alla cover/batteria (bellissima) di Oasis, ora si potrà leggere per mesi interi prima di ricaricarlo.

Il primo Kindle (e anche quelli successivi a dire il vero) laggava da morire ed era praticamente inutilizzabile per la navigazione: la RAM di Oasis permette invece di utilizzare in maniera più che degna il Browser Sperimentale.

Che dite, vi ho convinti a cambiare e-reader? Probabilmente sì, ma finché non abbasseranno il prezzo di questo minuscolo capolavoro, temo che resterà sugli scaffali virtuali di Amazon ancora per molto…

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Tanti auguri a chi vuole vendere su Amazon – Parte 3

Questa terza ed ultima parte sarà anche la più breve: è già stato detto abbastanza sulla faccenda e ne ho fin sopra i capelli. Quello che ancora non ho raccontato è l’assurda conclusione del mio rapporto commerciale con Amazon. Ancora adesso non mi spiego cosa mi sia sfuggito della faccenda. Eppure le regole le avevo studiate bene, come avrete intuito leggendo i primi due articoli al riguardo.

Ebbene, per farla breve: dopo 3 mesi di servizio mi è stata inviata una fattura da pagare di 39,00 Euro, generalmente destinata ai venditori Pro. Eppure al momento dell’attivazione del servizio ero stato chiaro: non volevo attivare un piano Pro, destinato a chi carica più di 60 articoli, dal momento che avrei fatto solo un test di caricamento di massimo 5 prodotti. Secondo il piano da me scelto, avrei dovuto pagare Amazon solo in caso di effettive vendite, cosa che nel mio caso non è assolutamente avvenuta.

Ma ormai la frittata è fatta. Amazon ha i miei estremi bancari (l’avevo detto o no che non è una cosa buona che abbia accesso ai dati del mio conto?), ed il versamento di 39,00 sarà automatico. Non c’è modo di parlare con nessun operatore dell’accaduto, e comunque non penso che ne caverei un ragno dal buco. Nei forum Amazon ho trovato gente confusa tanto quanto me, e risposte grossolane e contraddittorie in merito alla mia disavventura: neanche gli utenti comprendono davvero come funziona quel sito. L’unica cosa che sono riuscito a capire, cercando da solo tra le istruzioni automatiche, è stato come chiudere il nostro rapporto commerciale. La mail che è seguita testimonia come, effettivamente, fin dall’inizio mi sia stato attivato il piano tariffario errato:

Facendo seguito alla Sua richiesta, abbiamo annullato il Suo abbonamento mensile come Venditore Pro. Aggiorneremo automaticamente le Sue offerte (se disponibili) applicando il nuovo tariffario. Le offerte continueranno a essere visualizzate su Amazon.it e sarà applicata una Commissione di chiusura fissa pari a 1,14 EUR (0,99 EUR per i venditori esenti da IVA) per ogni articolo venduto su Amazon.it. Le ricordiamo che questa commissione è in aggiunta alla Concessione procacciamento affari e alle Commissioni variabili di chiusura (laddove presenti).

Ovviamente non proverò mai più a vendere su Amazon, questo mi pare chiaro. Spero almeno che il mio piccolo calvario possa essere stato di aiuto a qualche altro venditore. Almeno li considererei 39,00 Euro ben spesi.

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Tanti auguri a chi vuole vendere su Amazon – Parte 2

Non era prevista una seconda parte della disamina, ma stamattina un gentilissimo e pazientissimo addetto al servizio clienti Amazon mi ha contattato per spiegarmi come funziona la vendita sul sito.

Che qualcuno ai piani alti abbia letto il mio articolo? Direi proprio di no, ma comunque il giovane ragazzo di bottega si è rivelato un grande aiuto, da una parte per fugare dubbi e dall’altra per ribadire quanto complesso, macchinoso, talvolta insostenibile sia Amazon.

1) Effettivamente non è obbligatorio vendere in tutta Europa. Anzi, ogni prodotto (o gruppo di prodotti) viene caricato su ogni singolo store separatamente. Di default, se sei italiano carichi sullo store italiano, e solo successivamente puoi decidere di caricare nuovamente il prodotto negli altri store. Insomma, il sito resta macchinoso, ma in maniera diversa.

2) Il fatto di poter scegliere in che store vendere, tuttavia, nel mio caso torna utile per decidere di occuparsi personalmente del trasporto. Perché mai un venditore dovrebbe decidere di evitare il servizio logistico Amazon, così comodo ed economico? Innanzitutto perché qualsiasi prodotto deve avere, ed in bella vista, un codice a barre univoco. Se il tuo prodotto non possiede un codice a barre, devi acquistarlo su un sito specializzato (questo è quanto mi ha spiegato il tecnico, naturalmente). In secondo luogo la merce deve essere perfettamente sigillata, e ciò diventa problematico qualora un rivenditore come me si trovi a dover vendere “merce sciolta” quali ad esempio determinati capi di abbigliamento che il grossista mi fornisce sprovvisti di confezione (e talvolta pure sprovvisti di codice a barre). Questa è l’Italia, mica è colpa mia.

3) Scegliere di spedire autonomamente permette di scegliere le spese di spedizione più congeniali, ma non i tempi di consegna. La merce deve tassativamente pervenire al cliente entro 4 giorni. Nel caso in cui si decida di vendere qualcosa che, per varie ragioni, necessita di tempi più lunghi, va compilata a parte una tabella che dovrà essere approvata da Amazon. Tanto per non smentire la macchinosità dei processi.

4) Le commissioni di Amazon sul venduto (e per fortuna solo sul venduto) sono, per così dire, altine. Si parte da un 7% per l'”elettronica di consumo” fino ad arrivare ad un mirabolante 35% vendendo “accessori Kindle”. Nel mio caso la percentuale si ferma al 12%, visto che l’abbigliamento antinfortunistico, per ragioni a me ignote, rientra nella categoria del “fai da te”. Eh?!

5) Si possono, in effetti, caricare più articoli contemporaneamente. Ciò torna utile, come spiegavo in precedenza, qualora si debba vendere un articolo che si differenzia per taglie o colore. Per fare ciò va stilata una tabella difficilissima, complessissima, lunghissima, che poi in formato .txt verrà uploadata sul sito e, dopo ulteriori controlli e correzioni da parte di Amazon, permetterà di avere tutti i nostri articoli online in un colpo solo. Per chi ha già un sito, non servirà nemmeno caricare le foto: basterà comunicare l’url in cui le foto sono già presenti. E se le foto in questione non rispettano i canoni di definizione e grandezza richiesti da Amazon, non importa. Giuro, è assurdo ma è così. A proposito, ricordate il problema relativo all’impossibilità di caricare le foto attraverso il pannello? Era, ed è tuttora, un problema della loro piattaforma. Parola del tecnico.

Insomma, riassumendo: vincoli sui prezzi (perché con una commissione del 12% – non prendiamoci in giro – non c’è modo di “regalare” la merce), vincoli sui tempi di spedizione, vincoli sul modo di caricare gli articoli. Personalmente proverò lo stesso l’ebbrezza di vendere a queste condizioni… ma ne varrà davvero la pena, a lungo termine?

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Tanti auguri a chi vuole vendere su Amazon

Come molti/moltissimi di voi, anch’io sono un affezionato cliente di Amazon.

E come non esserlo? C’è un sacco di roba, i prezzi sono fantastici, le spese di spedizione spesso inesistenti.

Detto ciò, bisogna ammettere che l’organizzazione degli articoli è caotica: sono elencati malamente, seguendo regole spesso oscure (per prezzo? per provenienza? per feedback?), e il sito in generale ha un aspetto trasandato anche da un punto di vista grafico. Ebay – e mi costa moltissimo ammetterlo – da questo punto di vista vince a mani basse. Quello che non mi sarei mai aspettato è che sarebbe stato caotico utilizzare Amazon anche in veste di venditore.

Ecco alcune cose da sapere nel caso vi venisse voglia di vendere su Amazon in veste di negozio online (e quindi non come privato):

1) Bisogna iscriversi all’Amazon Seller Central. Ciò significa che si potrà vendere in tutta Europa ma, di contro, che saremo costretti a vendere in tutta Europa, anche quando vorremmo comparire solo nello store italiano per vari motivi. Nella prima parte della registrazione, il sito è tutto in inglese.

2) Bisogna fornire, oltre a mille dati personali (cosa giustissima) anche i dati della propria banca, necessari a completare la registrazione (ma più che altro a garantire la qualità della nostra attività commerciale). Vi verrà accreditata sul conto corrente una piccola cifra, e questa cifra sarà la “password” finale per completare la registrazione. Un po’ il sistema opposto adottato da Paypal e iTunes, che invece prelevano dalla nostra carta di credito una somma di denaro fino alla certificazione dell’account. Tutto bello, se non fosse che da quel momento siamo vincolati all’utilizzo del nostro conto corrente (i cui dati di fatto sono in mano ad Amazon) per gli accrediti derivati dalle vendite dei prodotti, senza poter piuttosto utilizzare carte di credito ricaricabili o altro (Paypal docet), che valgono solo per gli addebiti (di cosa?). Quantomeno io non ho trovato alternative leggendo le clausole, che qualcuno mi corregga se sbaglio.

3) Bisogna scegliere se spedire personalmente in tutta Europa (e non lo auguro a nessuno visti i costi dei nostri corrieri quando si parla di spedizioni all’estero…) oppure tramite Amazon: a quanto affermano le note introduttive saranno loro stessi a prelevare la merce dal nostro negozio, portarla ai loro centri di smistamento, spedirla con i loro tempi, farsi carico di eventuali resi. Non male, soprattutto dopo aver dato un’occhiata alle tariffe (sull’ordine dei 6-14 Euro a seconda della grandezza del pacco).

4) Bisogna caricare ogni singolo articolo, e bisogna caricarlo di nuovo nel caso lo stesso articolo sia disponibile in più colori o taglie o peso. Pensate al lavoro immenso che comporta promuovere un po’ di capi di abbigliamento, tanto per fare un esempio che mi viene comodo…

5) E’ possibile caricare solo articoli di cui sia disponibile il codice a barre (codice UPC). In questo modo il sistema potrà cercare articoli similari già caricati da altri venditori e proporli tutti nella stessa categoria con una comparazione di prezzo. Il tuo articolo, ad esempio la segnaletica stradale, non ha un codice a barre? Male.

6) Le categorie a disposizione in cui inserire gli articoli sono poche e francamente mal organizzate. Praticamente non esiste una categoria di “articoli da lavoro / antinfortunistica” ad esempio così che, seppure già caricati da altri venditori, compariranno in settori improbabili. Non c’è modo di creare categorie ex novo, ovviamente.

7) Dopo aver sistemato tutti i problemi precedenti, non resta che caricare la foto del prodotto. Dovrà essere grande almeno 1000 px per il lato più lungo (!?) e non potrà essere una gif. Evitare di caricare la foto comporterà la rimozione immediata dell’articolo dallo store. La mia esperienza con Amazon si ferma qui, dal momento che non c’è stato nessun modo di caricare le immagini: incompatibilità con i browser Safari e Chrome? Chissà, mistero.

Ancora intenzionati a vendere su Amazon?

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Alla ricerca della portatilità di qualità

Vi ricordate che in passato avevo parlato del paradosso dei phablet?

A quanto pare, questi ingombrantissimi telefoni continuano ad imperversare nel mercato ed a mietere consensi, motivo per cui mi sento obbligato a ribadire il mio punto di vista: stiamo davvero andando nella direzione giusta?
Gli all in one sono davvero in grado di offrire lo stesso servizio dei prodotti specializzati in un’unica funzione?

Nella foto in allegato vedrete un riassunto della mia strumentazione attuale: Kindle Paperwhite per la lettura dei testi, Sony RX-100 per la fotografia, Nintendo 3DS XL per i videogiochi. Sono 3 strumenti portatili esattamente come smartphone e tablet, leggeri e poco ingombranti, ma ognuno di essi garantisce una qualità superiore nella propria categoria. Libri, foto e videogiochi sono 3 funzioni secondarie dei tablet, o almeno è quanto disse Steve Jobs durante la presentazione di iPad nel 2010: secondo lui in realtà il tablet avrebbero soltanto dovuto fare da ponte tra il pc portatile e l’iPod Touch, migliorando la fruibilità del web, la visualizzazione delle foto e la visione dei film. Mancava e manca ancora oggi la possibilità di effettuare chiamate (escluso il VOIP), e questo è stato probabilmente l’aspetto chiave del successo dei phablet (come del resto il nome suggerisce).

Da parte mia, continuo a preferire che ogni aspetto resti separato (se serve a migliorarli), anche se è innegabile che gli smartphone, grandi o piccoli che siano, abbiano portato grandi vantaggi soprattutto dal punto di vista del risparmio economico. Costi a parte, iOS  – e in misura minore Android e Windows8 – in più hanno introdotto il concetto di “massima integrazione” tra le varie funzioni: con un semplice tap sullo schermo si può scattare una bella foto, modificarla e condividerla in rete o sul proprio cloud personale; si può acquistare un libro interattivo e leggerlo su qualsiasi dispositivo con lo stesso account; si possono comprare migliaia e migliaia di videogiochi al costo di un caffè.  Non è poco, in tempo di crisi.

Ma se uno è alla ricerca non della “massima integrazione”, bensì della “massima qualità” tra i dispositivi portatili… le mie personalissime ultime parole restano ancora “Amazon, Nintendo, Sony”, perché nulla riesce a soddisfarmi di più di uno schermo e-ink per le letture prolungate, di un videogioco sviluppato dopo anni di ricerca e grazie al lavoro congiunto di centinaia di programmatori, e di una macchina fotografica realmente versatile e potente.

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Il paradosso dei phablet

Il mondo tecnologico cambia sempre più velocemente, ma la tendenza che sembra non passare mai di moda è quella del creare i dispositivi “all in one“. L’incremento nelle vendite dei cosiddetti phablet – o, per usare una terminologia un po’ più umana, degli smartphone giganti – è un forte sintomo di questo trend: la gente ha voglia di comprare qualcosa di tecnologicamente nuovo e completo, ma non vuole spendere troppo. Perché dunque comprare un telefono ed un tablet, se si può avere tutto in un colpo solo? Quest’ultima domanda si potrebbe ampliare anche a molti altri ambiti multimediali, pur tenendo presente che la maggior parte delle persone non li considera: un phablet può infatti potenzialmente fungere anche da navigatore, da e-reader, da console.

Il problema è che nella maggior parte dei casi interessa soltanto accedere a Facebook, telefonare, e mandare qualche SMS: in questi casi quindi un phablet, paradossalmente, è già troppo per l’utente medio.

Tuttavia la mia riflessione non si rivolge a questa utenza, ma a tutti coloro che comprano un prodotto per sfruttarlo fino in fondo, ed a questi domando: avete trovato il dispositivo perfetto per ogni evenienza, o certe azioni risultano più comode su dispositivi pensati esclusivamente per tali azioni? Mi riferisco alle feature di cui parlavo prima: i navigatori, gli e-reader, i videogiochi, ma anche la fotografia, la scrittura, l’editing video ecc.

In effetti, quando fu presentato iPhone nell’ormai lontano 2007, lo smartphone del futuro doveva rappresentare semplicemente l’unione di telefono, iPod e browser Web. Poi è arrivata la fotocamera, sono arrivati i videogiochi, gli iBooks, e tantissime altre cose, ma spesso (dal mio punto di vista) appaiono come delle forzature al progetto originario. Dopo 6 anni, mi sento in grado di tirare le somme ed ammettere che, sì, il mio Kindle Paperwhite e il mio Nintendo 3DS restano ancora una spanna sopra per quanto riguarda la loro controparte utilizzabile su iPhone5. D’altro canto avrei potuto benissimo parlare di Nexus4, o Lumia 925, o Samsung Galaxy Tab, perché il discorso in realtà non cambia: hanno tutti delle funzioni secondarie meno piacevoli da utilizzare. Un discorso a parte riguarda la fotografia: da questo punto di vista effettivamente gli smartphone hanno aperto la strada ad una diversa filosofia di utilizzo e di creazione.

Ma stiamo andando nella direzione giusta, con tutti questi all in one?

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