Una contraddizione della musica digitale

Vi siete mai chiesti da dove arriva la musica che trovate nei vostri programmi di streaming come Spotify?

Siete una giovane band in cerca di un sistema di introdurre la propria musica nel mercato discografico senza dover necessariamente firmare un contratto con una label?

Allora forse ho la risposta che fa per voi.

Forse non tutti sanno che, fino a qualche anno fa, il mio “secondo lavoro” (lol) consisteva nell’essere compositore e musicista (tra virgolette visto che con la musica raramente si campa), prima in ambito Rock e Metal, poi anche Ambient e Classica moderna. Se trovare un aggancio commerciale nel Metal oggigiorno è difficile – soprattutto per l’inflazione della domanda – diventa praticamente impossibile in ambito Ambient. Ci ho provato, Cthulhu solo sa se ci ho provato: le risposte delle case produttrici però sono state quasi invariabilmente negative (“La tua musica è molto bella, ma non siamo interessati”). L’unica occasione appagante si presentò all’incirca nel 2009 e fu il colloquio con lo staff di RaiTrade – a Bergamo, se non erro – ovvero un ramo della distribuzione musicale Rai: per la modica cifra di circa 600,00 Euro avrei avuto una distribuzione su tutto il territorio italiano e la pubblicità su qualche rivista cartacea… a patto di avere un tot di concerti in programma in cui poter vendere i dischi stampati. Dal momento che avere molti concerti all’attivo in genere Ambient non è la cosa più semplice del mondo, ovviamente rifiutai.

A questo punto non mi restò che trovare un sistema di distribuzione alternativo, e ben presto mi imbattei in ReverbNation. E’ passato un po’ di tempo e la mia memoria è pessima, per cui non ricordo esattamente le tariffe dell’epoca: per un costo di circa 30,00 Euro al mese mi venne garantita la distribuzione in tutti i più grandi siti di vendita e streaming digitale, tra cui ovviamente iTunes e Spotify. La lista venne aggiornata ed estesa progressivamente nel corso dei mesi, senza nessun costo aggiuntivo. Avendo caricato 4 dischi, e dovendo dunque pagare circa 120,00 Euro di volta in volta, il gioco poteva funzionare solo con un numero elevato di vendite od un numero elevatissimo di streaming (dal momento che la percentuale di guadagno per l’artista è infinitesimale). Resistetti per circa un anno, e poi dichiarai forfait. A questo punto si presentò la parte più interessante dell’intera vicenda: in caso di recesso del contratto, ReverbNation permette (o permetteva) di cancellare i dischi dai database, oppure di lasciarli (a sua discrezione) e di intascarsi qualsiasi futuro guadagno escludendo il musicista. Scelsi la seconda opzione: meglio distribuire musica “gratis”, piuttosto che sparire dal mercato, no?

L’ultima opzione che resta al musicista di nicchia, e potenzialmente una delle più remunerative, è quella di caricare il proprio materiale su BandCamp. In questo caso il musicista può decidere il costo del prodotto, può creare dei pacchetti regalo con vari extra, può anche distribuire gratuitamente, se lo desidera. BandCamp conserva una percentuale solo sul venduto, senza nessun costo fisso mensile. Ora, giovani band e giovani compositori, sta tutto nelle vostre mani: per vendere musica sceglierete di pagare una label oppure un sito?

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