The Alan Parsons Endless River

Non c’è dubbio che, fin dagli esordi, i Pink Floyd abbiano rappresentato un breakthrough nel campo della tecnologia musicale: grazie al genio di Alan Parsons, uno dei tecnici del suono, abbiamo potuto apprezzare perle innovative come The Dark Side of The Moon che ancora oggi rappresentano il non plus ultra della categoria: stereofonia, effetti, missaggio come non se ne sentiranno più in futuro.

In questi giorni è uscito The Endless River, il quindicesimo album della band ed il suo estremo canto del cigno. Visto che qui parliamo di tecnologia (ad ampio spettro, fortunatamente), mi chiedo: cosa è rimasto dell’avanguardia inaugurata da Alan Parsons? Abbastanza, direi. Avrei potuto parlare delle qualità effettive del disco, ma sarebbe stato un filo fuori luogo ed in qualsiasi caso fuorviante: The Endless River complessivamente non mi è piaciuto visto che rappresenta un collage di vecchie idee e talvolta di semplici scarti ripresi soprattutto da Wish You Were Here e The Division Bell, ma per l’appunto non è questo l’aspetto su cui vorrei soffermarmi e vorrei invece invitare tutti a comprare comunque l’album ed ascoltarlo con attenzione, tassativamente in cuffie od attraverso uno stereo di qualità. Vi troverete così a viaggiare in un ambiente che la produzione moderna ha completamente dimenticato, fatto di pan stereofonici ricercati e suoni realistici, non plastificati. Non mi sento di affermare che il lavoro di Parsons sia stato interamente replicato (anzi!) ma senza dubbio il suo stile ha lasciato un’impronta indelebile nelle menti di Gilmour Wright e Mason, e soprattutto all’epoca ha mirato talmente in alto da lasciare un sapore gradevolissimo anche nella sua parabola discendente di influenza che possiamo ascoltare oggi.

Giudicate dunque The Endless River per quello che è in realtà, senza illudervi troppo: un eccellente esercizio di stile autoreferenziale che riprende la lezione dei maestri del passato al massimo delle capacità attuali.

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