Videogame e fast-food

Where’s iOS’ Final Fantasy VII? Where’s iOS’ Metroid Prime? Halo? Mario 64? Will there ever be iOS games with that impact? Is it too soon? Will Angry Birds, Doodle Jump, and Cut the Rope go down in history as the new Tetris, Arkanoid, or Mario? Is it even possible again? More importantly: who’s iOS’ Shigeru Miyamoto?

Queste sono le lecite domande che si è posto stamattina su Twitter il noto recensore Federico Viticci, ed in molti hanno risposto alla chiamata, esponendo idee sicuramente interessanti.

Il mio punto di vista su tale argomento, come quasi sempre accade, si discosta da quello del pensiero comune.

Il singhiozzo creativo degli ultimi anni ha investito i settori più disparati, e le conseguenze sono state pressappoco uguali in ogni ambito: ne consegue che per capire cosa accadrà ai videogiochi portatili basta, grossomodo, osservare l’evoluzione (e l’involuzione) che ha subito il resto dell’arte contemporanea. Perché di questo si tratta, di arte: per quanto spicciola possa essere diventata questa forma d’arte, il videogioco resta pur sempre un prodotto artigianale.

Per esporre il mio punto di vista vorrei riprendere pari pari un articolo che scrissi ormai 6 anni fa su una nota rivista musicale underground, visto che la musica è un altro settore artistico che ha – purtroppo – subito stravolgimenti notevoli negli ultimi anni.

Il mondo è cambiato rispetto a 300 anni fa. Viviamo in un’epoca in cui è fondamentale la velocità: tutto dev’essere terminato in tempi brevi, le 24 ore della giornata ormai non bastano più.

Cinque anni fa la parola sulla bocca di tutti era “postmodernità”. Postmodernità è un termine che riassume una serie di caratteristiche del modus operandi della società alle soglie del 2000: in termini di mercato abbiamo assistito alla globalizzazione diffusasi a macchia d’olio, alla sostituzione dell’emporio con il centro commerciale multifunzionale, all’era del fast-food. Questi tre fenomeni contengono 3 parole chiave adattabili a qualsiasi aspetto dell’attività umana, arte compresa.
La globalizzazione ha portato ad un’omogeneizzazione dei comportamenti, degli studi, dei pensieri, un po’ in tutto il mondo. La comparsa dei McDonald nelle periferie del Brasile, o di Internet in Madagascar, sono solo alcune delle conseguenze di questo “pensare globale”.
Il centro multifunzionale è nato dall’esigenza di trovare tutto e subito, ovunque noi siamo. Capiterà così di trovare un solarium a fianco di un supermarket, oppure prodotti (para)medicinali all’interno del supermercato stesso. Piccole cose a cui nessuno ormai pensa più, entrate nella routine.
Il fast-food ha portato all’esigenza della velocità a tutti i costi: in 2 minuti il pasto dev’essere pronto per essere consumato, gustoso nutriente e dal prezzo contenuto.

La domanda che mi pongo è: si può ancora parlare di arte, davanti a tutte queste inesorabili metamorfosi comportamentali? E’ giusto denigrare la concezione di musica classica (post)contemporanea, considerato tutto questo? Un Giotto o un Mozart dedicavano l’intera giornata, l’intero anno, l’intera vita, ai propri lavori. Questo perchè? Perchè la società stessa glielo permetteva. Le commissioni esistono ancora oggi (qualsiasi compositore di colonne sonore scrive su commissione del produttore del film, ad esempio), quindi quello non può essere il bandolo della matassa. Il problema oggigiorno sta nel tempo dedicabile ad un’opera. Se avete letto le mie riflessioni su Hans Zimmer, non vi sarà sfuggito che ho spiegato come le sue opere in realtà derivano dalla cooperazione tra più arrangiatori e compositori. Il motivo è da ricercare nella mancanza di idee? Assolutamente no! Il motivo è da ricercare nella mancanza di tempo.

A questo punto si può passare alla domanda successiva. Se assumiamo come vero che persiste un ramo di musica classica nell’albero della musica (post)contemporanea, viene da chiedersi: perchè essa appare quasi sempre svenevolmente Pop, come molti affermano?
Se il tempo dedicabile alla scrittura della musica è poco, rispondo io, è chiaro che anche il risultato finale “arriverà al dunque” molto più velocemente di quello di 300 anni fa. La musica d’oggi finisce insomma per non potersi permettere di sottintendere valori filosofici, matematici o psicologici, se non in misura minima (vorrei dire infinitesimale) rispetto al passato. Essa deve arrivare al tema principale in fretta e furia (fast-food), spesso con un sapore adatto a tutti i palati (globalizzazione), e sicuramente adatta ad essere ascoltata in più circostanze, non più solamente per “meditare” (multifunzionale). Considerati questi fattori inesorabili, il “kitsch” alla base di molta musica d’oggi vi apparirà forse molto meno brutto.

Insomma, riassumendo: non ci sarà più nessun Michael Jackson, ma ci saranno tanti Bruno Mars, Lady Gaga e compagnia bella che, unendo gli sforzi, avranno il suo stesso potere sui posteri.

Allo stesso modo, non ci sarà più nessun Shigeru Miyamoto, caro Federico Viticci. Tuttavia emergeranno sempre più delle piccole case di produzione con una ancor più piccola idea brillante (vedi ad esempio Rovio), pronte a sfornare a velocità folle 10 mini giochi invece di un unico, poderoso ed immortale SuperMario. Saranno mini giochi usa e getta (“fast-food”), ma un giorno li ricorderemo come un unicum, il manifesto di una nuova era (spero di transizione); e questo unicum, unione di tante piccole idee brillanti, avrà una valenza pari a quella dei giochi del passato.

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