The Last of Games

Ok, ora che l’ho completato mi sento legittimato a parlarne.

Ho atteso fino alla fine, prima di esprimere un giudizio. Speravo infatti che, andando avanti nel gioco, avrei cambiato le mie impressioni iniziali. Speravo che mi sarei ritrovato a concordare con le recensioni stellari che sono state scritte un po’ in tutto il mondo. Sono arrivato al finale aspettandomi il climax che avrebbe finalmente dato ragione a chi l’ha definito “one of the most emotional and moving games of all time“. Ho forse riposto troppa fiducia in The Last of Us, un gioco premiato con un incredibile 100/100 su svariate riviste? Non credo. Piuttosto, la mia impressione è che questo gioco faccia parte di un universo e di un’epoca che non mi appartengono.

In effetti, non credo che un accanito fan Nintendo possa accettare di buon grado la filosofia del gameplay di Sony e Microsoft. Sono sicuro che più di qualche nintendiano l’avrà grandemente apprezzato, non fraintendetemi, ma a livello globale non penso di essere l’unico a pensarla così. Ho comprato Playstation 3 da pochi giorni, e solo perché in offerta speciale: l’unico gioco che trovo irrinunciabile è Ninokuni, e lo proverò a breve. Il bundle conteneva tuttavia The Last of Us, un giocone di cui avevo già sentito parlare in abbondanza e di cui avevo ammirato il gameplay. Il problema è che, tra ammirare un gameplay e giocarlo di persona, passa una grandissima differenza.

Senza dubbio non mi sarei aspettato di trovarmi davanti ad una sorta di film interattivo di 15 ore: è stato un po’ come rivedere L’ombra dello Scorpione di Stephen King, ma con degli effetti speciali di gran lunga migliori ed un maggiore coinvolgimento emotivo. Ogni passaggio, ogni azione, sono guidati: “premi qui il pulsante a triangolo per appoggiare la scala”, “dirigiti in quella direzione per completare il livello”. Ogni rampa di scale ed ogni tragitto ad un certo punto vengono magicamente bloccati da qualche elemento architettonico in modo tale da non far smarrire la via.

I dialoghi di The Last of Us sono tanti e splendidi, ma spesso durano più delle scene d’azione. In merito a queste ultime, va detto che rientrano in una tipologia che non varia mai: si tratta soltanto di uccidere (di soppiatto o a viso aperto) criminali e clickers, e solo raramente viene fornita l’alternativa della fuga (a gattoni, a piedi, a cavallo, in auto). Oltre ai nemici “semplici”, il gioco conta quattro fasi caratterizzate dalla presenza di miniboss di difficoltà crescente (i bloaters). Insomma, dati alla mano, il gameplay è molto ripetitivo, ma la patina di epicità sfavillante della grafica, del sonoro, dei dialoghi, e della trama riesce a nasconderlo molto bene.

Per un figlio del NES, abituato al gioco puro, senza fronzoli, questo modo di giocare è uno smacco bello e buono. E’ strano, è poco appagante, è riduttivo. Non metto in dubbio che i programmatori di Naughty Dog abbiano creato qualcosa di unico, incredibilmente curato sotto quasi ogni aspetto, memorabile, e degno di essere acquistato (anche in tempo di crisi), ma resta il fatto, come dicevo all’inizio, che è un prodotto che fa parte di un’epoca e di un universo che non mi riguardano.

Non mi esprimerò sul finale, in quanto si apre a molte interpretazioni (giustamente) e rappresenta un anticlimax, ma devo tristemente notare che non mi ha ripagato delle 15 ore precedenti (anzi, diciamo pure 17 ore perché sono una schiappa): ma ve lo ricordate il finale trionfale di A Link to the Past? Peggio ancora, mi stupisco di non aver trovato questo gioco abbastanza “moving“: l’unica scena a mio avviso memorabile, per la sua intensità emotiva, è quando il compagno di viaggio dei protagonisti si suicida dopo aver dovuto uccidere il fratellino infetto (spoiler!). Ma è probabile che il problema in questo caso sia io, troppo insensibile.

In chiusura mi resta soltanto una domanda, e la rivolgo sia ai giocatori, sia ai produttori: è questo il futuro dei videogiochi?  In caso di risposta affermativa, credo che la Nintendo, dopotutto, non perderà uno dei suoi fan. E a chi mi reputa un insensibile, incapace di apprezzare The Last of Us, dico: se pensate che non sia in grado di piangere davanti ai videogiochi, sappiate che una lacrimuccia – giocando a Layton, Ninokuni o Zelda – riesco ancora a spillarla, e senza fatica.

The-Last-Of-Us-concept-art2

Annunci

1 Comment

  1. Pingback: Beyond videogames | Angry Geeks

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...