Il dialogo possibile tra analogico e digitale

I amar prestar aen. Il mondo è cambiato. Han mathon ne nen. Lo sento nell’acqua. Han mathon ne chae. Lo sento nella terra. A han noston ned ‘wilith. Lo avverto nell’aria. Molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricorda.

Sono un grande estimatore delle opere artistiche dell’antichità e, al contempo, adoro immergermi nei gossip che preludono a qualche nuova, incredibile, novità tecnologica. Il motivo è che entrambe le cose sono in grado di aprirmi la mente: ammirare il passato, ormai dimenticato, ci rende coscienti di quanti geni abbiamo avuto nei secoli della nostra storia, e ci fa meravigliare di come essi, senza fatica, siano riusciti ad inventare, scoprire, costruire cose che noi (gente comune) non riusciremmo a fare nemmeno ora. Allo stesso modo mi stupisco delle scoperte e dei nuovi prodotti tecnologici, che aprono nuove strade e che stimolano la nostra immaginazione.

Questa premessa era necessaria per spiegare che il sottoscritto, in realtà, non antepone il nuovo al vecchio: ogni cosa, se fatta con coscienza, con classe, con ingegno, con genuinità, ha la sua importanza. Arriviamo al dunque, sputiamo il rospo: non considero l’era del digitale superiore a quella dell’analogico. Ne’ viceversa. Odio i puristi, e odio chi si trincea dietro ad un’idea troppo radicata di perfezione insormontabile: bisogna rendersi conto, prima o poi, che il nuovo non é più perfetto del vecchio. Ne’ viceversa. Esiste solo il perfettibile.

Apple, ma anche tanti altri marchi (forse in maniera meno eclatante), cerca da anni di rivoluzionare tre ambiti artistici: la musica, la fotografia, l’editoria (esattamente in quest’ordine). La mia polemica del giorno é la seguente: smettetela di affermare che ciò che viene proposto oggi non può avere lo stesso valore artistico di un tempo, soltanto perché la produzione industriale ha permesso di abbatterne i costi o di velocizzarne lo sviluppo. Smettetela, vi prego, basta. Non ne posso più.
E cominciate a farvi qualche domanda.
Se, all’epoca, i Pink Floyd ed Alan Parson avessero avuto a disposizione le odierne tecnologie digitali, si sarebbero comunque fatti un mazzo tanto per sviluppare la stereofonia e mille altri ingegnosissimi espedienti ai limiti delle possibilità dell’analogico? Può essere, ma sono dell’idea che qualche capolavoro artistico l’avrebbero sfornato anche gingillandosi con Garageband. Chi é artista -un vero artista- trova modo di sviluppare la propria arte con qualsiasi mezzo a sua disposizione, senza necessariamente giudicare un mezzo come inferiore ad un altro. Sono forme diverse, non inferiori.
Logic, le librerie musicali pronte all’uso, l’AutoTune, sono tutte cose che semplificano certi aspetti dell’arte, e ne complicano degli altri, prima semplicissimi, praticamente ovvi. L’evoluzione migliorativa, alla fin fine, é solo illusione.
Quante volte mi é stato detto che una foto fatta con iPhone non vale un millesimo di una fatta con una macchina fotografica da 6 mila Euro? Beh, da un certo punto di vista è innegabile. Se costa 6 mila Euro, quella super macchina fotografica dev’essere super per forza di cose. Ma, la verità, é che si può creare arte anche con un telefono, uno strumento di produzione istantanea (estrai dalla tasca, sblocchi lo schermo, scatti la foto) e di concezione filosofica completamente diversa. Molti fotografi professionisti se ne sono resi conto, ed il numero sta aumentando. Perché, vedete, non è questione di cercare di ottenere lo stesso effetto con un diverso strumento… è questione di sfruttare la fantasia umana per creare qualcosa di universalmente bello a dispetto dei limiti dello strumento. Anche la macchina fotografica da 6 mila Euro ha i suoi limiti. Non venitemi a dire che non é una noia dover cambiare gli obiettivi, per dirne una. Come dite, anche quello ha il suo fascino? Ma certo, qualsiasi cosa ha un determinato fascino! Anche un grosso neo sul naso può avere il suo fascino, ma non tutti la pensano allo stesso modo, ed il fatto di dover cambiare obiettivo a seconda della situazione non sará mai un vantaggio universalmente riconosciuto. Il poterlo fare, sì. Il doverlo fare, certamente no.
E infine arriviamo ai libri. La grande diatriba tra i vecchi ed i nuovi lettori. Dov’è finito il fascino di massaggiare tra le dita la filigrana della carta, dov’è finito l’inebriante profumo dell’inchiostro stampato? Un giorno si dirà, quando i paradigmi di riferimento cambieranno ancora, e cose come l’iPad saranno rimaste solo un pallido ricordo: dov’è finito il gusto di accarezzare la superficie liscia dell’alluminio, sapientemente curvata per aderire al palmo delle nostre mani? Dov’è finito il piacere di cambiare pagina dell’iBook semplicemente swipando da destra a sinistra? Il razzismo, la diffidenza verso il nuovo, sono difetti insiti nell’Uomo da sempre, e pertanto immagino che ci saranno state proteste anche alla presentazione della prima stampante laser per Macintosh, in grado di riprodurre in maniera fedele i font, per la prima volta accessibili a tutti grazie solo ad un monitor e ad una tastiera. Ed il grande lavoro degli amanuensi -avrà urlato qualcuno- dove lo mettiamo? Lo vogliamo dimenticare? No, avrei risposto io, non lo vogliamo affatto dimenticare… ma sono altresì sicuro che, anche prima di Gutenberg, gli scrittori avrebbero avuto piacere di scrivere determinati libri grazie a Word. Non tutti i libri, ma certi sì.

La verità sta sempre nel mezzo, è innegabile. Il digitale é migliore per certi versi, ma non può fare tutto e bene. L’analogico aveva gli stessi problemi, e mancanze, in maniera diversa. Rinnegare il passato non è onesto, ma non é nemmeno giusto criticare ogni nuovo software. Apriamo la mente a nuove esperienze: l’immaginazione umana é forse la sola cosa che ci rende unici ed inestimabili.

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