Da grande voglio fare il visionario

“Apple’s strategy is really simple. What we want to do is we want to put an incredibly great computer in a book that you can carry around with you and learn how to use in 20 minutes. That’s what we want to do and we want to do it this decade, and we really want to do it with a radio link in it so you don’t have to hook up to anything and you’re in communication with all of these larger databases and other computers.

We are putting a lot of computers out that are made to be used in a standalone mode, one person, one computer, but it isn’t very long before you’re going to get a community of users that want to hook them all together. Because ultimately, computers are going to be a tool for communication. Over the next 5 years, the standards for doing this are going to evolve, they all speak a different language right now.”

Era il millenovecent… un momento, ricomincio per dare più enfasi. Also sprach Jobs, 1983.

Sono passati trent’anni da quando Steve Jobs spiegò per la prima volta il suo progetto… il progetto tecnologico di una vita. E quel progetto si chiamava iPad.

Non sono qui stavolta per incensarlo assieme a voi, “uh che bravo Steve, uh che bello iPad”. Non sono qua per condividere virtuali pacche sulle spalle, “maledetto geniaccio, ce l’hai fatta sotto al naso per tutto ‘sto tempo”. Se volete continuare a farlo ci sono innumerevoli blog e forum con la mela scritta da qualche parte, nel logo o nell’URL. Sto scrivendo oggi invece per rabbrividire un po’. Perché, vedete, stiamo parlando di un grande progetto, ma di un progetto già concluso… e ciò ha conseguenze di un certo rilievo, a ben pensarci.

Il compianto Steve Jobs, secondo queste memorie, avrebbe passato 27 anni della sua vita nel tentativo di arrivare a realizzare iPad. iPad era il suo fine ultimo. Ne consegue che tutto ciò che ha fatto prima, tutti i Macintosh, gli iPod, gli iPhone, sarebbero stati solo una palestra creativa atta a monetizzare, rafforzare il marchio, affinare le capacità degli ingegneri, nell’attesa che i tempi e le tecnologie fossero mature. Già questa versione della realtà la trovo un po’ deprimente, un po’ limitante, ma non è nemmeno il fatto più agghiacciante. Quello che mi preoccupa di più è che Steve Jobs ha realizzato il suo sogno, a cui non è mai seguito un nuovo sogno (le voci di corridoio sui futuri progetti non fanno testo).

“Bene ragazzi, io ho dato, posso morire in pace, ciao”?

Spero che non sia così. Nell’attesa della verità, ci sono due cose che ancora mi consolano un po’.

1) iPad è stato sì realizzato, ma sul mercato viene proposto di anno in anno soltanto con leggeri miglioramenti e modifiche. Non credo che la visione di Jobs si chiamasse semplicemente iPad UNO (1). E’ più verosimile qualcosa come iPad 8 o 9. Probabilmente con OS11 vedremo l’unione del settore Desktop con iOS e sì, questo potrebbe davvero essere il punto di arrivo della visione, considerato che anche nel Desktop Apple ha sempre messo mente e cuore, e fatico a considerare i Mac una forma di prostituzione informatica volta solo a finanziare il progetto di ricerca e sviluppo di iPad.

2) Jobs è stato sì il visionario, ma anche e soprattutto il venditore. I veri artisti Apple sono stati tutti i Jony Ive della sua vita lavorativa, e questi cari signori sono ancora vivi, vegeti, ed in attività. Dunque, visione personale o meno, iPad e tutto il resto della storia di Apple devono il loro successo al lavoro incrociato di molte persone, e nel 1983 come adesso non sono persone che amano stare con le mani in mano aspettando la resurrezione del CEO defunto.

In conclusione: allegria! Rabbrividiamo pure, ma soltanto dopo OS11.

Talk-by-Steven-Jobs-Cassette

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